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«Imparare a far sì che il denaro lavori per me è un corso di studi completamente diverso?» chiesi allora. «Assolutamente, totalmente diverso». Rimanemmo in silenzio in quella luminosa mattina hawaiana. I miei amici stavano probabilmente iniziando in quell’istante la partita di softball del locale campionato per giovanissimi. Non so perché, ma ero contento di aver deciso di lavorare per dieci centesimi all’ora. Mi sembrava di poter imparare qualcosa che i miei amici non avrebbero mai appreso a scuola. «Pronto a imparare?» chiese il padre ricco. «Agli ordini», ribattei con un gran sorriso. «Ho mantenuto la promessa. Ti ho insegnato nel senso più ampio del concetto», disse. «A nove anni hai avuto la prima dimostrazione di cosa voglia dire lavorare per i soldi. Moltiplica il tuo ultimo mese per cinquant’anni e ti farai un’idea di come passi la vita la maggior parte della gente». «Non capisco», dissi. «Come ti sei sentito a fare la fila per vedermi? Una volta per essere assunto e l’altra per chiedere più soldi?» «Orribilmente», ammisi. «Chi decide di lavorare per i soldi si sente così per sempre», ribattè. «E come ti sei sentito quando la signora Martin ti ha messo nel palmo tre monetine da dieci centesimi come retribuzione per tre ore di lavoro?» «Mi sembrava che fosse poco; anzi, niente. Ero deluso», risposi. «Così si sente gran parte degli operai e degli impiegati quando aprono la bustapaga, specie dopo aver dedotto le tasse e gli altri oneri. Se non altro, tu hai avuto il cento per cento». «Vuol dire che i dipendenti non vengono pagati per intero?» domandai con stupore. «Neanche per sogno!» si schermì il padre ricco. «Lo Stato trattiene sempre la sua parte in anticipo». «E come fa?» «Con le tasse», rispose. «Ci sono le imposte sul reddito, si è tassati sugli acquisti e anche sui risparmi. Perfino quando si muore». «E perché la gente lo permette?» «I ricchi non lo permettono», precisò lui con aria furbastra. «Sono i poveri e la classe media a consentirlo. Scommetto che io guadagno più di tuo padre, ma pago meno tasse di lui». «Com’è possibile?» gli domandai. (Un ragazzino non può capirlo). «Perché si permette che lo Stato si comporti così?» Il padre ricco taceva. Immagino preferisse che lo ascoltassi invece di parlare a vanvera. Poi mi calmai. Non mi piaceva quello che avevo ascoltato. Sapevo che mio padre, quello vero, si lamentava incessantemente del sistema fiscale, anche se non faceva nulla per cambiarlo. Era la realtà che lo confodeva?