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«Bene», concluse lui. «La signora Martin sarà qui tra dieci minuti. Dopo che avrò terminato con lei, vi porterà in macchina al mio piccolo supermercato, dove inizierete a lavorare. Vi pagherò dieci centesimi all’ora e sarete impegnati tre ore tutti i sabati». «Ma oggi io ho la partita di baseball», protestai. Lui abbassò il tono di voce: «Prendere o lasciare», era estremamente serio. «Va bene», mi arresi, scegliendo di lavorare e imparare invece di giocare a softball. Trenta centesimi dopo...... Alle 9 di mattina di un bellissimo sabato io e il mio amico stavamo lavorando per la signora Martin, una donna paziente e molto cortese. Diceva sempre che noi due le ricordavamo i suoi figli, ormai adulti, che non abitavano più con lei. Sebbene fosse gentile, era una stacanovista e non ci consentiva di oziare. Era una sorvegliante severa. Passammo tre ore a prendere la merce dagli scaffali, usando un piumino per togliere la polvere dalle scatolette e rimetterle a posto. Un compito tremendamente noioso. Il padre di Mike, da me definito “padre ricco”, possedeva nove di questi piccoli supermercati con ampio parcheggio. Erano la prima versione dei moderni ipermercati. In pratica, negozi di generi alimentari di quartiere, dove si potevano acquistare articoli come latte, pane, burro e sigarette. Il problema è che, nelle Hawaii, questo succedeva prima dell’aria condizionata: a causa del gran caldo, i super- mercati dovevano tenere spalancata la porta che dava sulla strada e quella sul retro, dove c’era il parcheggio per i clienti. Ogni volta che transitava una macchina o ne arrivava una nel parcheggio, si alzava un polverone che penetrava nel locale. Il lavoro, per noi, era garantito fino all’installazione dell’impianto di aria condizionata. Per tre settimane io e Mike ci recammo dalla signora Martin e spolverammo per tre ore di fila. A mezzogiorno staccavamo; dopo, lei ci metteva tre monetine da dieci centesimi in mano. Benché avessimo solo nove anni e si fosse nel 1956, avere trenta centesimi era deprimente. Allora i fumetti costavano dieci centesimi, per cui di solito spendevo la mia paga fermandomi dal giornalaio prima di tornare a casa. Il mercoledì della quarta settimana ero già pronto a licenziarmi. Avevo accettato di lavorare con l’obiettivo di imparare dal padre di Mike a fare i soldi: invece, mi ritrovavo schiavo per dieci centesimi all’ora. Inoltre, non lo avevo rivisto dal primo sabato. «Ne ho abbastanza», dissi a Mike all’ora di pranzo. La mensa scolastica era penosa; le lezioni in classe una barba infinita e, adesso, non avevo più nemmeno i sabati da aspettare con gioia. Ma la cosa che mi disturbava più di tutto erano i mis- eri trenta centesimi. Quella volta fu Mike a sorridermi. «Che c’è da ridere?» gli chiesi con rabbia e frustrazione.